La vita al tempo del coronavirus (riflessione di Renata Morbidelli)

Non ha volto né divisa, non imbraccia fucili con i quali spararci, ma non per questo il nemico che stiamo affrontando è meno forte e pericoloso. Anzi, senza guardare in faccia a nessuno, miete vittime in maniera subdola e silenziosa.

Il virus che ha messo in ginocchio il mondo ci costringe a combattere una strana forma di guerra in cui i “soldati in prima linea” non hanno fucili né altri tipi di armi, ma indossano camici, guanti e mascherina.

Guidano ambulanze e non carri armati. Le nostre posizioni strategiche si chiamano banconi e casse di quei pochissimi negozi che possono restare aperti per consentire alla popolazione di acquistare i beni di prima necessità e i farmaci.

I camion che girano non portano militari o armi, perché questa non è una guerra come le altre, ma permettono a chi sta nei nostri avamposti di rifornire in continuazione il resto della gente.

E noi? Nel nostro piccolo facciamo la nostra parte e cerchiamo di fermare il contagio restando in trincea.

Sì, esattamente come hanno fatto i nostri genitori e i nostri nonni, ma stavolta non siamo costretti in buchi fangosi nei quali rischiamo di “cadere” sotto le bombe.

No. Possiamo, anzi dobbiamo combattere questo nemico schifoso (lasciatemelo chiamare così) restando chiusi nelle nostre case con tutte, ma proprio tutte, le comodità.

E non siamo soli sperduti nel mezzo del nulla senza la possibilità di far sapere ai nostri cari come stiamo. Abbiamo i cellulari con cui poter fare telefonate, video chiamate e scambiarci, tramite social, pensieri e immagini in tempo reale.

Non siamo nemmeno costretti a fare silenzio perché se no il dittatore di turno ci prende e ci fucila. Le canzoni e la musica che ha circolato nei balconi e nei terrazzi di tutto il Paese ne sono un chiaro esempio.

Tutto quello che a noi “gente comune” viene chiesto di fare è restare a casa per fermare un contagio che, altrimenti, ne sterminerebbe molti di più di quanto non stia già facendo e manderebbe al collasso un sistema sanitario che è già fortemente provato dalla situazione.

C’è chi, come ogni volta che la vita ci mette di fronte a qualcosa di forte, accusa Tizio e Caio di aver sbagliato questo o quest’altro. Beh, lasciatemelo dire, non credo sia il momento di accusare nessuno, di puntare il dito né, tanto meno, di diffondere rabbia e malumore. Non ne abbiamo bisogno. Né ora né mai.

Questo è il momento di stare vicini e sostenerci reciprocamente, ognuno con le proprie capacità e i propri talenti, pur restando nelle nostre case. Abbiamo i social che, in questo periodo, sono utilissimi allo scopo.

Abbiamo la possibilità di fermarci e prenderci cura, come mai forse abbiamo fatto, di noi stessi: del nostro corpo, ma anche e soprattutto, della nostra psiche. Abbiamo tempo per riflettere e guardarci dentro. Possiamo scavare, forse come mai avremmo fatto prima, ed entrare nelle parti di noi che difficilmente visiteremmo. Possiamo guardare, meglio che in qualsiasi altro momento, in quegli angoli bui che per tanto tempo ci hanno fatto paura e, finalmente, iniziare a far entrare un po’ di quella Luce di cui ciascuno di noi ha bisogno.

Possiamo dare sfogo a quelle passioni che, per mancanza di tempo, spesso abbiamo lasciato indietro.

Stiamo imparando, almeno per molti è così, quanto sia grande l’importanza di certi gesti che, magari, tendiamo a dare per scontati. Un abbraccio, d’ora in poi, non avrà più lo stesso sapore che ha ora. La stessa cosa sarà per una carezza o un bacio.

Stando più tempo insieme a casa, abbiamo modo di osservarci e ascoltarci di più e capire, mai come abbiamo fatto fin’ora, come s’innescano nei nostri cari certi meccanismi e comportamenti.

Sebbene con qualche difficoltà, lo Smart Working e la chiusura delle scuole ha permesso a genitori e figli di stare insieme molto di più. Molte altre cose hanno subito un cambiamento radicale, ma non si sono fermate.

C’è anche un bruttissimo rovescio della medaglia, oltre alla gravità della malattia e all’alta probabilità di contagio: molte aziende hanno chiuso e, quando riapriranno, si troveranno in forti difficoltà.

Ci aspettano periodi duri, come in un vero e proprio dopoguerra, ma spero che l’esperienza forte che stiamo vivendo in questi giorni lasci un segno nei nostri cuori e che ci insegni a rispettare maggiormente noi stessi e coloro che abbiamo accanto.

About the author: Serena De Francisci